Ecco la storia (ContrAppunti)

Anni fa si dette il via in pompa magna ad un progetto, anzi ad un Progetto.
Una cosa maiuscola.

Seguirono anni di completo disinteresse verso le attività connesse al Progetto, ma il gruppo di coordinamento e i gruppi inerenti alle attività in argomento si gonfiarono e s’accrebbero con sempre nuove unità in progressione non lineare.

E mentre il progetto, anzi il Progetto, languiva dimenticato, le riunioni si susseguivano; e nelle riunioni si deliberava.
In genere la delibera riguardava l’affidamento di incarichi di vertice nelle attività.
Seguiva un discorso d’insediamento (a verbale), che dopo i ringraziamenti di rito a risalire nella gerarchia fino al Presidente, finivano immancabilmente con l’elenco dei collaboratori scelti per l’attività che si sarebbe andati a coordinare.

I verbali delle riunioni (scrupolosissimi, affidati ad un coordinatore, opportunamente coadiuvato) erano in effetti un organigramma.
La loro somma poteva essere una lista di disoccupazione, ma non certo di disoccupati generici.
Il da farsi non era contemplato mai, ma il chi l’avrebbe dovuto fare, sempre.

Sebbene a capo dell’organigramma ci fosse Lui, il Presidente, di quel Progetto il Presidente aveva già da tempo dimenticato persino il nome.
Tutti gli altri no, è chiaro; perché il Progetto era la Prima riga di curriculum per molti dei Coordinatori e per quasi tutti i Collaboratori partecipanti, per i Coordinati, continuativi o meno che fossero.

Questa è la storia del Presidente, che oltre ad aver dimenticato il progetto, anzi il Progetto, aveva da tempo perso il conto dei Progetti di cui era vertice.
Quindi, questa è la storia del Presidente che dimenticava incarichi conferiti e ricevuti per un problema meramente numerico: valli a contare.

I progetti e i Progetti condividono un fatto: hanno una scadenza.
Non la stessa, anzi.
I Progetti vengono rinnovati, e quindi la loro scadenza rinviata, ma una scadenza c’è.
È umano.
La Scadenza è il Terrore dei Coordinatori e dei Coordinati dei progetti.
Un po’ meno per chi li presiede, la cui tranquillità viene dall’oblio.
Almeno finché qualcuno non la rammenta loro.

Dopo la prima riunione del Progetto, il Presidente, distratto da mille impegni e da altrettanti incarichi di vertice e dimentico dell’essere al vertice anche di questo Progetto, non aveva più partecipato alle riunioni.

E malgrado il motivo per partecipare alle riunioni sia in genere esserci se c’è il Presidente, il numero dei partecipanti, aumentava.
Se fosse aumentato ancora, il Progetto e l’organigramma dell’Organizzazione tutta avrebbero coinciso.

Per un osservatore attento la cosa peggiore sarebbe stata la coincidenza anche tra gli scopi e risultati del Progetto e quelli dell’Organizzazione su cui poggiava.
E se è vero, come è vero, che l’organigramma sarebbe stato il più vasto insieme di inoccupati, il fatto che molti non avessero altra attività oltre al Progetto, avrebbe…

Basta, suvvia, questo lo dicevano le malelingue. Dentro e fuori il Progetto.
Eh, sì, anche nel Progetto c’erano le malelingue…

La verità è che un giorno, in una riunione, uno si alzò (con quale protervia uno si alza in una riunione di gente perbene, poi…) e disse che, in fondo, lo scopo del Progetto era certamente quello scritto nel dettagliato piano operativo, ma approssimandosi la Scadenza era divenuto anche quello di non far fare una figura di merda al Presidente, che infondo era pur sempre al vertice del Progetto.

Un convitato (nelle riunioni c’era il catering) forte della presa di posizione altrui cercò di riassumere così: se il Progetto non avesse prodotto un cazzo il Presidente sarebbe stato al vertice di un qualcosa che benché prorogato in virtù dei risultati intermedi (incoraggianti e tutti minuziosamente relazionati), alla fine non avrebbe prodotto un cazzo.

Di lì a poco, il Presidente sarebbe stato informato con solerzia, da uno degli osservatori a lui più caro, del fatto che un paio di persone, che evidentemente tenevano in altissima considerazione la persona del Presidente, avevano avanzato questo dubbio e che tutti, tutti invero, avessero immediatamente concordato.
Tutti avevano inoltre concordato sul rendere più frequenti le riunioni in vista dell’emergenza delineatasi, in modo da valutare proposte su come risolvere il Problema.
Dire “rendere più frequenti” non rende giustizia a chi organizza.
Costui calendarizza.

Il Presidente si disse rincuorato dal fatto che qualcuno avesse a cuore la sua persona, ma chiese ad alcuni ben scelti di vegliare sulle riunioni, d’ora in avanti, affinché l’efficacia di queste fosse la massima possibile.

Questa è la storia del Presidente che ebbe un sommovimento d’animo, cosa rara per quell’animo in disuso da tempo, nel riflettere su un fatto: questa storia che gli avevano riferito sul Progetto mancava di un paio di elementi fondamentali: quale Progetto e chi cazzo fossero costoro che pure gli sembrava di conoscere.

La svolta arrivò il giorno in cui, in una riunione, uno degli animaletti da compagnia più caro al Presidente prese la parola e disse che, essendo ormai il Progetto scaduto era ora di organizzare un Convegno per presentare i risultati del Progetto.
D’un tratto le fisionomie dapprima meste sembrarono risplendere di una luce nuova.

Intanto il problema di come produrre qualcosa nell’ambito del Progetto, era venuto finalmente meno essendo nel frattempo scaduto il Progetto; e questo certamente sollevava gli animi, ma apriva l’inquietante interrogativo del dopo.
Fine dei rispettivi incarichi così faticosamente discussi e deliberati nelle riunioni?
Ma, soprattutto, fine delle riunioni?

Poi c’era una fatto nuovo: buttarsi nell’organizzazione del Convegno sul Progetto, era per tutti, per tutto l’organigramma, un modo per vivere ancora della luce riflessa del Progetto, come una Fenice rinata dalla proprie ceneri.
L’animaletto raccolse quindi entusiasmi.
Ed una critica.

Occazzo?! Quale sarebbe il problema?
Come “cosa raccontiamo a chi viene al Congresso?”. Come “quali risultati”?!
Dico, non è mica la magistratura che pretende prove e riscontri, è un c-o-n-v-e-g-n-o.
In un convegno si parla, e si invitano relatori internazionali ed internazionalmente riconosciuti.
Quello che dicono è sotto la loro responsabilità, ce ne frega cazzi a noi?
Ce ne frega, dico, c-a-z-z-i?!
S’era fatto scuro in volto, e minaccioso, l’animaletto che fu da compagnia ma ora era da guardia.

L’inopportuno, così apostrofato, rifletté brevemente e si abbandonò in un “Ah, già…” che da tutti fu accolto con sollievo.

In prima istanza, rimandando una decisione più dettagliata ad una riunione ad hoc, ai coordinatori attuali fu affidato l’incarico di costituirsi in comitato permanente e formulare proposte sull’organizzazione del Convegno, contando però solo sull’organico di cui essi avessero avuto già disponibilità.
Quest’ultima postilla, odiosa, voleva dire che, essendo IL Progetto finito, non era possibile pagare altri parenti in aggiunta agli attuali.
Ma, rifletté un coordinatore intermedio, tutto sommato la piramide del Progetto, in cima alla quale svettava il Presidente, era in effetti l’organigramma della Organizzazione nella sua interezza, tolti pochi scelti reietti in punizione.
Per questa volta se li sarebbero potuti far bastare.

Del resto uno sforzo per il Presidente, qualche sacrificio per lui lo si poteva sopportare.

Il vertice del Progetto, meno il punto apicale nella persona del Presidente, si recò in pellegrinaggio da quest’ultimo per esporre il deliberato, anzi l’auspicato, visto che “deliberato” era solo dopo e solo quello su cui il Presidente aveva dato il suo assenso.
“Assenso di un assente”, pensò uno dei presenti e si sorprese piacevolmente a pensare, scoprendosi capace di queste raffinatezze lessicali.

Li ricevette tra un impegno ed un altro.
Non ebbe idea dell’argomento, non volle che gli fosse spiegato, ma assentì, diventando anche il Presidente del Comitato Scientifico del Convegno.

Ed il Convegno si fece.
Ma il richiamo fu di molto inferiore alle aspettative, e così le iscrizioni.
Il Comitato Organizzatore spinse, invero, e promosse, ma tutto sembrò vano.
Il Convegno rischiava di finire come il Progetto di cui trattava, un’occasione fantastica per smerdare il Presidente che, tralaltro, fu convinto a presiedere(!) la Sessione d’apertura e a tenere il discorso di benvenuto a quelli che sarebbero stati i numerosi partecipanti.

Ecco, questa è la storia del Presidente che avrebbe dovuto tenere un discorso di apertura al Convengo in cui si sarebbe parlato del Progetto, di cui era stato il vertice.

Solo che il Comitato Organizzatore non avrebbe mai voluto che il Presidente parlasse davanti ad una platea di gran lunga sguarnita. Così organizzarono al volo alcune riunioni in cui, con proiezioni realistiche sul numero dei partecipanti, si discusse di un modo per disporli in sala in modo che sembrassero parecchi.
La proiezioni furono inclementi, i calcoli geometrici macchine perfette cui mancava il carburante.

Fu così che si decise di reclutare forzatamente partecipanti nell’organigramma della stessa Struttura.
Come dire dallo stesso Progetto, se si vuole.

Uno dei coordinatori s’avanzò e disse che si sarebbe avuta almeno, così disse “almeno”, l’accortezza di disporre nelle prime file gli iscritti veri. La proposta fu accolta con sottile invidia ma diradò la brutta aria che aveva diffuso il pensiero di non averne vagliato bene tutte le controindicazioni.

Ecco, questa è la storia del Presidente che da vecchio animale da convegni, congressi, workshop, tavole rotonde et similia (una espressione che al Presidente piace molto, poiché egli mal tollera “E quant’altro” ma abbisogna di un equivalente), terrà un discorso d’apertura e presenzierà da par suo alla Sessione Prima.

Questa è la storia del Presidente che anche nei momenti solenni sa tirar fuori quella sottile ironia andreottiana che fa sorridere ma non distrae dal relatore.
Egli sa bene (anche se nessuno glielo avrebbe mai e poi mai confessato) che può accadere che a volte i Convegni vengano un po’ aiutati nella composizione delle loro platee per non dare agli iscritti la sensazione di aver speso per un evento di poca importanza.

E quindi, navigato com’è, s’impone di guardare bene la platea a caccia di volti noti.
Un po’ per autostima, ma certamente per avere un’arma leggera ma sempre efficace nel caso un giorno avesse voluto rinfacciare qualcosa ai suoi collaboratori più stretti che, ne era certo, avevano partecipato attivamente alla messa a punto dell’evento.

E venne il giorno.

Il discorso iniziò in realtà con una lunga pausa.
Aduso al palco quale è, il Presidente aggiustò distrattamente il microfono, le carte che portava sempre con sé ignorandone il motivo, schiarì la voce lontano dal condensatore, il tutto per poter guardarsi bene attorno radiografando la platea.
Lo fece da aduso ad ogni palco, in modo che l’uditorio avesse la sensazione che stesse rivolgendo un saluto sommesso, ma lo fece per tutt’altri motivi.

E quindi iniziò col dire
“Bene: non riconosco nessuno tra voi, quindi devo rallegrarmi della massiccia partecipazione, della quale vi ringrazio, e voglio iniziare con un augurio ed una promessa.”

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