58 e non averli (Stracco ma vero)

Ho detto due cose questa settimana, durante delle conversazioni che non avrebbero avuto alcun intento autobiografico, che alla fine si sono rivelate molto più vere di quanto avessi inteso fossero.

La prima è che ritengo di vivere una vita non esente da sacrifici; non materiali, nessuna mancanza di generi di prima necessità. Intendevo sacrifici come pesantezze d’animo. Potrebbe sembrare eccessivo, ma tutto sommato è una verità.

La seconda credo sia stata una sintesi figurata della prima.
Ho detto che pur avendone parecchi meno, mi sento di vivere come un cinquantottenne.

Io non so come si sente un cinquantottenne, ma lo immagino così. Credo che il problema principale sia una questione di prospettive, di aspettative. Tutto assolutamente sopportabile, ma alla mia età sopportare non è esattamente il sentimento che dovrebbe relazionarti a quel che fai e quel che sei. Il problema principale è che non capisco se mi piaccio o meno in questo senso, ovvero se la mia personale lotta contro la banalità e l’infantilismo, iniziata fuori tempo quando ero infantile per motivi anagrafici, abbia finalmente raggiunto il suo culmine di disincanto e realizzazione, ovvero se mi sto accorgendo di essere stato un vecchio in un corpo giovane. E magari questo è ancora vero oggi, che dovrei considerarmi morettianamente uno splendido quarantenne, d’accordo con la minoranza delle persone (come dire, uno che gira con una moderata dose di personalità ad uso personale appresso).

Detto in altri termini, come mai ho smesso di mandare affanculo le persone e mi divido tra l’indifferenza ed un convinto masticazzi? E poi: è troppo tardi o troppo presto per pensare al futuro? Sono nella gabbietta e corro nella rotellina, ma se lasciassero aperto, scapperei?