Alfisti Drive on Track

Domenica scorsa, iniziativa Alfisti.it come da titolo; strutture e istruttori del Centro Italiano Guida Sicura. Circuito Riccardo PALETTI di Varano de’ Melegari.
Al proposito, vorrei ricordare, anche se non con parole non mie, Riccardo PALETTI.

Tre motivi per esserci:
1) Brera 1750 TBi
2) MiTo 1.4 Turbo
3) Alfa 147 1.9JTDm 120CV.

Uno per non esserci: pista scivolosissima, pioggerellina continua.
Quindi gomme fredde e gommatura della traiettoria inutilizzabile, anzi, da evitare come il bordo bagnato della vasca giocando con la saponetta.

Brera 1750 TBi
Istruttore Giorgio FRANCIA, che già da solo è il 50% abbondante del divertimento possibile.
Il resto ce lo ha messo, finalmente, Alfa Romeo, facendo quello che si fa con un modello sbagliato (e la Brera è piuttosto sbagliata): alleggerire e metterci un turbo. E gurda caso è la stessa cura che tenta di salvare le 159, entrambe con ritocchi dei listini verso il basso di 2500 – 3000 euro.
Quello che ne è venuto fuori è che se la Brera fosse nata così, e non si fosse fatta quindi la cattiva nomea che ha, avrebbe venduto alla grande.
Peccato che questa accortezza sia venuta su un modello a fine vita senza apparente erede.
La Brera 1750 turbo benzina, sviluppa non solo la stessa coppia del 3.2, ma la sviluppa fin dai bassi regimi, senza strappi tipici dei turbo storici a girante grande e senza calci in culo che servono solo ad aumentare la fatica di tenerle in pista.
Gira tonda a baritonale, ruggisce se le tocchi l’acceleratore e sta bene a terra.
L’elettronica, fortunatamente, sta lì ad attendere e se sai guidare (intendo dire “vistala guidare da FRANCIA” non parlo del sottoscritto), non fa altro che prendere atto.
Fuori tempo, ma una buona Alfa.
Sul fatto che sia bella, beh, non le si può proprio dire.

MiTo 1.4 Turbo
Istruttore Alex BRUSCHETTA.
La MiTo è stata una sorpresa positiva, non ritenendo che si potesse tirare fuori una macchina dalla Punto.
Invece il DNA funziona davvero, e la MiTo assettata (leggasi PackSport) è una macchinetta che sta bene in pista, sta bene in traiettoria ed esce a testa alta alla fine del turno.
Il motore, il cui consumo non voglio sapere per non rovinarmi il retrogusto, è un gran bell’oggetto.
Ma essendo un piccolo turbo, 155CV, è un turbo un po’ all’antica, ovvero brusco.
Intendiamoci, è un gran motore, ma è troppo brusco in rilascio, fase in cui si scopre anche (a sorpresa) avere un ottimo freno motore.
Prende subito coppia, e spinge tirando le marce con forza ma non con violenza.
Qui, tuttavia, è l’elettronica a fare da padrone e bisogna lasciarla fare.
Ecco perché dico che il DNA funziona e bene.
“Funziona” perché si sente eccome; “e bene” perché dubito che il comportamento sarebbe lo stesso senza.
La MiTo non è una piccola 8C, ma nemmeno una 2CV.
Due cose davvero molto scomode della MiTo sono i poggiatesta anteriori, protesi in avanti che obbligano ad una postura andreottiana senza alcun motivo e le razze 9 e 15 del volante, che su strada (in pista lo si nota meno) sono troppo grosse e costringono i mignoli a posizioni innaturali che sul guidato stretto iniziano ad indolenzire gli avambracci.

Di questo, di Deltona e di Torsen abbiamo parlato poi con Roberto BETTANIN durante la prova su strada, convenendo che la MiTo con tutta la sua la sua elettronica è una macchina del III millennio.
Lui ricorda con piacere e nostalgia le Delta del II, io le Alfa coeve alle sue Delta.

Alfa 147 1.9JTDm 120CV
Istruttore il sottoscritto. Macchina del sottoscritto, con buona pace dell’assicuratore.
Erano anni che non entravo in pista con la mia macchina e devo dire che è stata l’unica parte della giornata che mi ha emozionato davvero.
Scusassero gli altri, ma come ho detto in passato, quando avrei potuto imparare a guidare veloce, mi è mancato qualcuno vicino che me lo insegnasse, quindi ho dovuto fare da me. Il risultato come è ovvio non è stato un gran che.
Ma Entrare in pista con un casco in testa ed il volante della mia macchina tra le mani mi ha ritirato indietro di vent’anni.
OK, parliamone.
La 147 è una macchina vecchia (la mia ha tre anni e mezzo, ma il progetto ne ha quindici) e li dimostra tutti.
Qui, invece il VDC non fa bene, rende solo la macchina legata e scorbutica. Del resto la ’47 non è nata con tutta quell’elettronica a bordo, ce l’hanno infilata per cercare di prolungarne l’agonia commerciale in attesa che i pipparoli di Torino decidessero tra “Milano” o “149” e soprattutto tra il telaio della 159 accorciato (ovvero 2209 kg invece che 2210), quello della Bravo allargato o quello della Panda abbassato.
In più la ’47 in argomento è un 120CV 8 valvole con sospensioni Comfort, che in effetti assorbono bene le asperità autostradali, ma in pista la trasformano in una specie di Robapazza (per quanti la ricordassero). Mettiamoci le Gomme fredde (siamo passati dal parcheggio alla pista senza giro di riscaldamento) ed il bagnato, cosa volete che ne sia venuto fuori?
Cercare di tenerla in traiettoria era impossibile, allora il divertimento è stato tentare di farle partire il culo e riprenderla di controsterzo a dispetto del VDC, visto che quanto a sottosterzo provvedeva benissimo da sé.

Messa così, è stata una rimpatriata.
Ma lei non è un’Alfetta GTV, men che mai preparata, ed io non sono nulla più di quel che ero.

A proposito del circuito di Varano e degli accadimenti di questi giorni, segnalo un post nel blog di Carlo CAVICCHI in cui si parla anche del rapporto tra Alfa Romeo, il circuito e la FIAT.

4 thoughts on “Alfisti Drive on Track”

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