Non credo quia absurdum est

Il sentimento religioso viene da una domanda, ovvero dal problema cosmologico (ovvero “qual è l’origine del tutto”).
È una risposta ad un problema.

Coloro che hanno il sentimento religioso danno una risposta semplice, dicono che all’inizio c’è un “motore immobile, atto puro, pensiero di pensiero”.

Coloro che non hanno il sentimento religioso non si danno una risposta. O, se proprio la vogliamo volgere in forma attiva, si rispondono “non so”.

Quindi il sentire che dovrebbe esserci qualcosa prima del tempo 0 è una risposta, ma una risposta tipicamente infantile, o se preferite primitiva.

Perché? Perché è infantile e tipico di un primitivo (ed una bambino è un primitivo e lo resta finché non studia) darsi una risposta facile, ma sopratutto pensare che tutte le domande, per il solo fatto di essere formulate debbano avere risposta.

È l’atteggiamento tipico che ha costretto la matematica a ridefinirsi dopo il teorema di Gödel, ovvero credere che una grammatica implichi sempre e comunque una semantica.

Un esempio è “l’unicorno è bianco”. Un altro è “il drago è verde”. È solo sintassi, è grammatica ma non ha significato. Pensare che qualunque combinazione di parole debba produrre un significato è infantile.

Colui che ha un sentimento religioso fa ridere?
Può; a me personalmente intristisce.
Intanto perché con questo presupposto potrebbe misurare il mondo e darsi altre risposte assurde visto che gli ha già ha funzionato. Se una persona così decidesse del mio destino (non penso al re, basta un consigliere circoscrizionale) per me sarebbero guai.

Perché non è opportuno ridere di un’idea altrui mi manca e per quanti possano essere a pensare che sia bene così, continuo a non capire. Del resto finora ho letto solo “se siamo parecchi a crederlo, ci sarà un motivo, no?!”, che non prendo come spiegazione.

Non si può ridere di uno che non esce di casa se legge un oroscopo sfavorevole? Io ne rido.

Beh, sono entrambe superstizioni; letteralmente intese, ovvero credenze che generano in coloro che le hanno l’idea che così possano essere “superstiti” rispetto a quanto temono. Un Caio Cestio evita il fulmine, un altro evita di ridiscutere un qualcosa che crede di sapere e sulla quale ha fondato tanto del suo essere.

E fino qui siamo nei limiti del sentimento religioso.

Le religioni sono forme organizzate di queste superstizioni. Ora delle due l’una: o questa frase è un ossimoro, oppure è una forma di controllo delle masse.

In effetti la prima è ridicola, ma la seconda è spaventosa.
È spaventosa perché una forma di controllo nata millenni fa per un popolo di pastori (o di agricoltori o peggio di nomadi incapaci di entrambe le cose) funziona ancora oggi. Il che significa che la scolarizzazione media è ancora relativamente ferma ad allora.

Magari quella tecnica o tecnologica no, ma quella scientifica sì.
E questo è spaventoso.

Tornando a chi risponde “Boh” al problema cosmologico.
Perché costui è più adulto, più libero? Perché non assegna risposte a tutte le domande che crea solo combinando parole.

E questa è scienza.
La stessa che ha dimostrato l’indeterminazione di Heisenberg (”non è possibile conoscere contemporaneamente la velocità e la posizione di una particella”). Ovvero dimostrare di non poter sapere, dimostrato con metodo scientifico.
Dopo che per centinaia di anni, avendo inventato il -metro (termometro, odometro, ecc.), i tecnologi avevano creduto (creduto, con sentimento religioso) che bastasse disporre di uno strumento di misura finissimo per misurare tutto.

Ecco, la scienza non è un credo e non è un sentimento.
E ti risparmia di passare la vita a cercare di dimostrare che dio non fusse.
“Credo quia absurdum est” è marketing, perché di ciò che è dimostrabile non è naturale credere (che è il contrario della frase qui sopra), ma verificare.

Ma se proprio vogliamo dare un significato a tutto ciò che siamo in grado di pensare, per non essere ridicoli, dobbiamo assumerci l’onere di dimostrarlo.

E no, non vale “io ti dico che è vero, dimostrami tu che non lo è”.

* * *

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5 thoughts on “Non credo quia absurdum est”

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