Informati(ci)

Ho già detto tante volte che l’editoria d’informazione è in crisi non perché internèt erode, o perché la ggènte rubba contenuti dai giornali, ma perché non fa informazione.

Un quotidiano, un settimanale, contiene messaggi di diverse discipline.
Il lettore, a meno che non sia onnisciente come certi personaggi che conosco, sarà nella migliore delle ipotesi uno che sa qualcosa di un argomento, ed ignora fors’anche i fondamenti di tutto il resto.

A questo punto quel lettore ha un solo modo di giudicare il giornale che legge nel suo complesso, ovvero per analogia con gli articoli che parlano di cose che sa.

Ora, leggendo questo articolo (articolo, poi, è un copia e incolla da sito, una zeppa redazionale), viene da pensare che potrebbe essere che tutto Il Fatto Quotidiano sia pieno di vaccate, di invenzioni, di comunicati stampa spacciati per articoli (appunto) e scritto da mentecatti senza la benché minima idea di cosa significhi essere giornalista e dell’argomento trattato all’occasione.
E che non ci sia alcun lavoro redazionale che dia almeno una rapida scorsa a quello che viene pubblicato.

Perché tutto?
Perché io non sono un esperto di nera, di giudiziaria, di economia, di finanza, di ambiente, di mafia, di cinema, di teatro e di editoria, esattamente come chi ha scritto questo “articolo” non ha nessuna lontana idea di cosa sia un sistema di posta certificata a valore legale.
E non ha idea del concetto di crittografia, di non ripudiabilità, di certezza della consegna, di identificazione ed autenticazione.
E nemmeno di tutta la legislazione in merito che va dalle cogenze imposte a coloro che gestiscono i server di posta (quella liscia, senza parlare della PEC), delle sentenze del Consiglio di stato in merito, dei precedenti in sentenza.
E nemmeno dell’infrastruttura necessaria.
E men che mai sul poter far corrispondere un indirizzo con una persona fisica, del concetto di certificazione dell’identità.

Ora, potrebbero non averla nemmeno i promotori dell’iniziativa di cui si parla.
Ed appunto, servirebbe un/a giornalista.

Quindi, come sempre, delle due l’una: l’analogia funziona ed i sedicenti esperti di una argomento in realtà sono perfettamente analoghi a questo, ed allora non vale la pena di spendere soldi per leggere vaccate, comunicati stampa e barzellette, tutte disponibili in quantità ciclopiche in rete senza alcun costo, oppure questo è uno scivolone.

Ma lo scivolone è uno, non l’ennesimo, dopo Luttazzi che parla di Luttazzi e Perotti che recensisce Perotti.

Comincio ad averne le palle piene.

* * *

Questo parrebbe essere il profilo LinkedIn di un’omonima dall’autrice dell’articolo.

10 pensieri riguardo “Informati(ci)”

  1. Contributi statali (siamo aoltre il miliardo di euro all’anno) + pubblicità. Tutta l’editoria, compresa quella d’informazione, si muove in funzine di quelle 2 importati voci di entrata.

    Fino a 2 anni fa lo slogan (ossessivo) alla radio dell’associaiozne anzionale degli editori era:
    “E’ la stampa bellezza, è la stampa! E tu non puoi farci nulla …” che si può leggere in tanti modi.
    Buon anno

  2. Il Fatto Quotidiano scriverà anche vaccate ma almeno i contribuiti statali non li riceve. E su questo non ci piove.

      1. La mia è una risposta a Gregorio che diceva “Contributi statali… + pubblicità. Tutta l’editoria, compresa quella d’informazione, si muove in funzione di quelle… voci di entrata”. Ecco, tutta l’editoria no. Il “Fatto quotidiano” di tanto in tanto scrive vaccate, talvolta usa toni “talebani”, ha una grafica orrenda e un’impaginazione anche peggiore ma non riceve finanziamenti statali e non lesina critiche contro i propri inserzionisti (il caso Enel è lì a testimoniarlo).

        1. non avendo visto

          @Gregorio

          nella risposta, ed avendo risposto dall’iPhone non potevo sapere che ti rivolgevi a lui.

          Certo, in base a quanto scrivi, basterebbe evitassero le vaccate per essere un giornale.
          Non credo sia necessario, ma ti ribadisco che lo critico come abbonato.

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