Appunti per una riforma del lavoro

Non è che l’avvento del governo dei tecnici mi muova verso speranze prima sopite, è solo che se ne parla; allora parliamone.
Che una riforma del lavoro sia necessaria, è un fatto.
Non è un’urgenza, perché lo era almeno trent’anni fa, quindi non può più esserlo oggi.
Ma proprio per questo la si può affrontare con calma e razionalità, proprio perché è necessaria ma non urgente.
Io non parlo della riforma di un lavoro che non conosco, ma di quella di un lavoro col quale debbo fare i conti quotidianamente, nello Stato.
Altrove ho visto come va e non va per niente meglio, ma era tanto tempo fa1.

Lo Stato è un costo, e gli statali non pagano tasse.
Certo, in termini di busta paga la voce imposte c’è, ma lo Stato non produce, consuma.
Potrebbero scrivere sui cedolini lordo 1.000.000,00 €, imposte 999.000,00 €, netto pagato 1.000,00 €.
Gli statali farebbero il record, ma alla fine costerebbero 1.000,00 € l’uno.
Il resto sono chiacchiere.
Si badi bene, che non c’è nulla di male, sul fatto che lo Stato sia un costo: è bene che sia così, perché lo Stato è un grande condominio.
Il riscaldamento costa, la pulizia delle scale costa, la forza motrice costa e questi costi li si paga tutti.
Il condominio per i condomini è un costo e non credo che nessuno pensi altrimenti.
Certamente la manutenzione condominiale è un costo e un investimento, perché aumenta il valore dell’immobile, e migliora la vita di chi lo abita.
Ecco, lo Stato è così.
Non è una cosa brutta, è una cosa buona gestita di merda.
Ed oltre ad essere buona, è anche una cosa necessaria2, perché non tutti vorrebbero fare l’infermiere e non tutti sono in grado di fare strade e ponti per arrivare al Pronto soccorso. E pure fosse non possono improvvisarsi tuttologi.

Siccome strade e ponti, fogne e connettività, acqua e assistenti sociali, Polizia e Carabinieri, Finanza e Forestale, scuola e ospedali sono costi sui quali per fare guadagno si devono fare scelte tecniche, non può e non deve esserci guadagno in queste cose e in altre cose ritenute fondamentali.

Se una strada porta in un paesino tra i monti non serve, un ponte che faccia risparmiare ore agli abitanti del paesino suddetto idem; Internet ai burini non serve a fare caciotte migliori, gli handicappati non producono.
Meglio salvare da una rapina una bella fica che una vecchia stronza che va ancora a prendere la pensione in contanti (e fatte ‘n cazzo de bancomat, no?!), meglio curare un fustaccio che un antennista e se l’antennista è fustaccio, meglio un trader impaccato di grana. Meglio lasciar bruciare la macchia che un parco, meglio istruire fino al top (oltre il master, oltre l’internship, all’infinito ed oltre™) i figli di persone istruite, che sottrarre braccia all’industria.
Che poi l’industria non c’è più e quella che c’è delocalizza, ma che ce ne facciamo di tutti ‘sti ingegneri? Meglio l’idraulico, signora mia, dia retta.
Ecco, queste ed altre sono scelte tecniche, che potrebbero produrre guadagno dai servizi.
Se siete disposti e morire soli e stronzi solo perché poveri o brutti, beh io come esponente di tutti e quattro i predetti no.

Quindi la soluzione non è uno Stato leggero, o lo smantellamento dello Stato, ma uno Stato che funziona bene.

Siccome non funziona bene, e qui nessuno lo nega – anzi, e siccome uno Stato che funziona non dipende da altro che da coloro che ci lavorano, allora una riforma del lavoro è necessaria.
Non sarò esauriente, ma metto giù qualche riflessione.

Il primo punto è la formazione.
Non è pensabile che persone assunte dieci anni fa non abbiano fatto corsi di aggiornamento.
Il mondo cambia, non è possibile che chi lavora per gli altri non sia al corrente, e non sia dotato di strumenti per conoscere e capire, che quanto gli sta attorno è cambiato.
Chi lavora nello Stato deve fare formazione continua e considerato che abbiamo università statali che insegnano su ogni aspetto dello scibile, non vedo proprio perché sia così complicato imporre che una parte del loro costo sia dedicato alla formazione dei colleghi statali.
In questo modo, oltretutto, è possibile anche testare il valore degli statali e valutarli; ma questo è il meno.
Il più non è che cade la scusa “non so farlo, sono stato assunto per altro, chiedete al collega istruito”.
Ecco no, avremmo creato una generazione (anzi più generazioni) di persone migliori, con più strumenti per capire e per fare.
Con maggiori capacità e meno propensione a non sfruttarle.
È difficile che troviate crocchi di fisici tra coloro che fanno arredamento al bar.

Il secondo punto è la razionalizzazione.
In tutti i ministeri, in tutti gli enti, in molte altre emanazioni della cosa pubblica ci sono delle biblioteche.
In queste biblioteche ci sono pubblicazioni correnti (serie, riviste, monografie) e pubblicazioni di valore.
La pubblicazioni correnti, per definizione, dopo un poco non servono più ad un cazzo ma occupano spazio, costano in logistica e spessissimo marciscono nei fondoscala, dove costano anche in disinfestazione.
Bene, nel 2012 si possono acquistare in formato elettronico dagli editori ed essere messe a disposizione di tutto l’apparato statale, evitando che a distanza di due civici due strutture diverse ricomprino e gestiscano (con tutti i costi predetti) la stessa rivista.
Le pubblicazioni di pregio, possono e devono essere dematerializzate in modo che l’originale sia custodito come si conviene ed al riparo dall’incuria e dal logorio, in un solo posto per tutta Italia.
A Roma, a Tarvisio, a Canicattì non importa.
A coloro i quali serve di consultarli, si mette a disposizione la scansione.
Basta concorsi da bibliotecari in tutta la PA.
Nelle biblioteche della PA, inoltre, si custodiscono anche le pubblicazioni della PA stessa.
Queste sono cazzate assolute o pubblicazioni di valore intrinseco, significative, utili.
La prime devono cessare, perché non possiamo permetterci gente che pontifica e svetta su argomenti di valore nullo di cui non fotte nulla a nessuno, e pagare vanity press per gente che potrebbe essere impiegata più proficuamente altrove. Le seconde devono essere obbligatoriamente messe a disposizione gratuitamente ed in formato digitale e solo in formato digitale.
In altri termini, se non fosse chiaro, dev’essere vietato alle PP.AA. di pubblicare in formato cartaceo qualunque cosa.
Questo darebbe anche impulso all’Open Data, che è un dovere largamente disatteso della PA.
Qualcuno potrebbe pensare che non è certo decimando i bibliotecari che si risolvono i problemi della PA.
Ho troppo rispetto per chi legge per dire che quanto sopra è un esempio che si può estendere senza difficoltà ad altri ambiti; inoltre decimare i bibliotecari non significa che debbano scomparire; significa che devono scomparire coloro che non lo sono, che non hanno né arte né parte, che non servono, che girano per le varie strutture a mo’ di reietti e finiscono per ammuffire assieme a scaffalature dalle metrature siderali piene di roba che non serve a nessuno. Pochi ed eccellenti.
Si noti che una siffatta razionalizzazione non peggiora il servizio che rende, ma lo rende accessibile potenzialmente a tutti.
Quindi costa molto meno e rende molto di più.
Analogamente… riempa ognuno i puntini con quel che vuole.

Il terzo punto è la responsabilizzazione.
Restando in metafora potremmo chiederci: ma se la vanity press non serve ad un cazzo perché la si fa?
Perché fa titolo.
Eh, già, perché si dà il caso che i fancazzisti sono anche quelli che svettano nei concorsi, perché non avendo nulla da fare, passano il tempo a farsi titoli.
Gente che non ha mai fatto un cazzo ma ha discusso su ogni cosa, e sono anni che può farlo, non può che stravincere ai concorsi.
Siccome i concorsi non si fanno per stare peggio (pare strano, eh?!) ma per stare meglio, il risultato è che spesso nello Stato vige il bubble sort3: più sei leggero e più in alto vai.
Potrebbe apparire una critica fedriana4, ma è uno dei motivi per i quali la PA non funziona.
Allora, cosa c’entra la responsabilizzazione con tutto questo?
Eh, la chiave è tutta lì.
Oggi per entrare nello Stato si fa un concorso.
I concorsi non funzionano, perché non garantiscono che chi li vinca sia il migliore e non hanno omogeneità a parità di mansione.
Potrebbe accadere che uno per diventare manovratore (è una metafora, eh…) debba saper manovrare bendato un autoarticolato e parcheggiarlo con dieci centimetri di margine in una PA, oppure che abbia la patente F in un’altra. Può accadere che basta che prenda il tram frequentemente per essersi titolato a sufficienza (per imitazione) o abbia un plastico Märklin in cantina o persino che abbia uno zio che dirige l’autoparco dei Playmobil® in soffitta, o sia iscritto al sindacato giusto al momento giusto.
Alla fine sono tutti manovratori.
Concorso unico nazionale per manovratori? Prove decise altrove da gente non coinvolta, uguali per tutti? Abolizione dell’autonomia scientifica e amministrativa delle diverse PP.AA., ritorno ai soviet?
Tutt’altro: responsabilizziamo la commissione giudicatrice.
In questo modo assumi chi vuoi, ma se poi si scopre che hai assunto un coglione, o che a forza di assumere parenti la struttura cui fanno capo non funziona, licenziamo chi li ha assunti.
Voglio vedere chi se la sentirebbe, rischiando il culo e il posto, di partecipare come esaminatore seriale (con relativo compenso) ai concorsi, e di favorire qualche segnalato incapace per compiacere un amico.
Ecco, il problema dello Stato è anche lì: nessuno è mai veramente responsabile di nulla.
Mettiamoci anche l’asso e il tre di briscola: più sali e più sei licenziabile, e quindi devi guadagnare proporzionalmente di più.
Questo potrebbe essere un buon inizio di discussione per l’articolo 185.

Il quarto punto è fine dell’esternalizzazione.
Un esercito di persone di questa portata, che nemmeno le terrecotte Ming con quello che costa solo di stipendi non può non avere al suo interno le risorse e le capacità per fare ciò che serve.
E si badi bene che in genere ce le ha; solo che si preferisce tenere persone valide e capaci ferme pagandole per nulla e poi pagare dei privati per fare quello che serve.
E badate che nello Stato c’è l’eccellenza in molti, moltissimi campi; solo che quella che si vede è la punta di un iceberg sul quale vive anche una colonia di storni.

È frustrante stare col culo sul ghiaccio e la testa coperta di merda.

* * *

  1. eDue – Adesso piantala
  2. eDue – Omeopatia sociale
  3. Wikipedia.it – Bubble sort
  4. Wikipedia.it – Fedro
  5. Wikisource.org – Articolo 18

5 thoughts on “Appunti per una riforma del lavoro”

  1. L’eterna domanda: chi controlla il controllore? Nessuno!

    Perché? Perché qui in Italia, come altrove, non siamo gli unici, non abbiamo una classe dirigente eletta direttamente ma eletta indirettamente; in tutti gli ambiti, anche nelle imprese di famiglia.

    Soluzioni? Nessuna! Perché? Perché fa comodo a tanti, quei tanti che controllano e non sono controllati ed ormai hanno talmente tanto accentrato il loro potere che non lo si può togliere dalle loro mani.

    Alternative? Nessuna! Perché? Perché anche nel piccolo orto che vorresti coltivarti in Nepal, tra i monti senza troppe rotture di coglioni, prima o poi ti arriva l’invasore invasato.

    Cambierà prima o poi tutto questo? Si! Quando? Passando a miglior vita. Anche chi oggi a 20 anni non vedrà mai un vero cambiamento del sistema, neanche se domani scoppiasse la terza guerra mondiale perché chi ora ha il potere lo terrebbe comunque per sé senza dividere gli onori ma spartendone di sicuro gli oneri.

    Mancano le basi culturali, le visoni d’insieme, il senso civico, la struttura mentale dell’approvvigionare e non dell’approvvigionarsi. Non parlo di comunismo ma di senso di Stato. Ci sono paesi evoluti che hanno un livello di Stato superiore alla media, alcuni paesi nordici, ma sono comunque assoggettati da regole globali.

    Insomma è tutto andato un po’ a puttane e il – si salvi chi può – peggiorerà solo lo stato delle cose.

    Viviamo in un mondo che non ha la coscienza d’esistere.

    Io comunque sono un inguaribile ottimista e spero nei Vogon

      1. Non mi giro per nulla molto probabilmente mi sono espresso male. Io sul ponte del Titanic sarei stato uno di quelli conscio dell’inevitabile quindi avrei preferito il lucido pragmatismo di una scherzosa schizzata di ghiaccio al cinico oblio di un teorema sulla salvezza. Tutti EDUE sappiamo che ci sono delle soluzioni ma che in questo preciso momento non sono purtroppo pensabili/praticabili, aspettiamo che calino le scialuppe e vediamo – chi e cosa salvare -.

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