If It’s Tuesday, This Must Be Belgium

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Come sapete entrambi, a volte trasformo i miei commenti ad un post altrui in un post, un caso di sinergia produttiva che nemmeno la Fiat.
Qui si tratta di una commento ad un post di Massimo MANTELLINI1.

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Sono iscritto al POLIMI come decano degli studenti.
Ho quindi vissuto la vicenda dal vivo.

Alcune riflessioni.

1) Non è necessario fare come Serra, ovvero avere un’idea su ogni cosa ogni giorno, e meno se ne sa meglio è; capisco che in casa uno ne parli, ma per l’approccio superficiale bastano ed avanzano i giornali.

2) Ha ragione Alessandro Campi2: la sentenza3 non vieta i corsi in inglese, evita che siano vietati quelli in italiano. Che per impugnare la delibera duepuntozzero uno debba ricorrere a sofismi e stratagemmi è colpa del codice civile e della prassi non certo dei ricorrenti. Che dietro ai ricorrenti si accodino persone dappoco in quantità omeopatica direi che è normale, visto che l’università è qui sul pianeta e non altrove. MA l’idea dei ricorrenti, comunque espressa, non è sbagliata.

3) Io seguo corsi in inglese, con materiale in inglese già da anni e già prima a La Sapienza alcuni corsi (uno per tutti Sistemi Operativi, il cui testo era a scelta tra Stallings, Tanebaum e Silberschatz) erano in inglese.

4) Quando circolò la delibera rettoriale non mi era chiaro chi fosse lo studente destinatario di questa rivoluzione; eggià perché come al solito cannocchiali puntati sul dito. Gli studenti italiani arrivano all’università con un inglese sufficiente e permettere loro di seguire i corsi in inglese e dare esami in inglese? Perché se a monte non hai un corso di studi che ti porta all’università in grado di (mettete qui una cosa a scelta), poi che te ne fai dell’università del futuro?

Si dia il caso che moltissimi studenti all’università manchino persino dei rudimenti di quelle basi che pure il sistema scolastico precedente avrebbe dovuto fornire loro. Per quale miracolo questo non si applichi all’insegnamento dell’inglese non è dato.
Ah, sì: le tre i di Berlusconi, ma forse non ricordate? Furono poi abbandonate per la lotta al cancro.

5) Gente che non ha nulla da dire in italiano può avere qualcosa da dire in inglese? Perché da entrambi i versanti dell’insegnamento di vaniloquenti se ne trovano a ciuffi. Aumentare la difficoltà espressiva per coloro che già ne hanno dovrebbe rendere qualitativamente migliore quanto non hanno da dire?

6) Attrarre studenti stranieri. Ma ragazzi, non è l’università che tiene gli stranieri lontani, è il paese che è disarmante per chi volesse stabilirvisi. E poi: siamo sicuri che dall’estero non vengano studenti al POLIMI? Sarò stato confinato in una classe mutirazziale in quanto romano? Certo, non verranno americani ed inglesi, saranno persone che vengono da paesi in cui la vita e l’istruzione sono (percepite come) peggiori delle nostre. OK, quale parte del concetto di emigrazione non vi è chiara? Sicuri che tutti gli italiani che vanno a studiare all’estero lo facciano per innalzare il prestigio delle università?

7) Attrarre professori stranieri. Eggià perché noi ne abbiamo pochi, e pochissimi sono i precari che non arrivano nemmeno al 60% del totale. Voi direte ecchissene, se quelli che vengono sono migliori. Ecco, ho una notizia per voi: a quelle cifre io mi meraviglio che i nostri continuino ad insegnare ed a rendere, alla fine, un servizio che nella media è più che soddisfacente, con rare, note, evidentissime eccezioni di scarpari, incompetenti, buffoni, baroni et al. ma sempre in quantità fisiologica. E con questo paese attorno e questi presupposti attrarremmo professoroni dall’estero? Certo, qui potremmo giocarci la Fiche Cadeau Panto: gli diciamo “potreste parlare inglese”. Irresistibile.

8) Se poi tutto quanto sopra fosse in qualche modo secondario ed il problema principale fosse rendere i nostri polli da allevamento capaci di competere all’estero, come se nelle grandi aziende qualcuno ti conosca personalmente e ti apprezzi o tu possa fare carriera senza essere uno yesman grigio neutro, esattamente come un qualunque sottosegretario all’agricoltura di epoca fanfaniana duepuntozero, ma mettiamo pure, dicevo: ma allora, perché non insegnare il cinese?

Ecco io qui mi sono fatto persuaso™ che il provincialismo italico l’abbia fatta da padrone alla grande.

Prendi professori che non sanno l’inglese e li metti in batteria a fare corsi di inglese con l’idea che dopo diciotto mesi (numero evocativo) questi passino dall’ignoranza della lingua alla docenza nella stessa. Ecco io non vorrei avere a che fare con un professore (anzi coniughiamo correttamente: non voglio) che ha rabberciato un migliaio di lemmi in una lingua che non mi appartiene, non gli appartiene.

Come si può pensare che da un mese all’altro questi inizino a pensare in inglese, ad accentare in inglese, a trovare forme retoriche ed esempi in inglese? Ecco mi sbaglierò, ma l’idea dev’essere che un po’ come tutte le lingue neolatine, guardandosi dai false friends, e con un po’ di costrutti standard alla fine uno se la possa svangare; all’italiana, magari gesticolando un po’ come il buon Bruni che saltellava in sincrono con il suo cavallo di battaglia, la funzione che arrivando all’infinito – e intanto si accucciava come per caricarsi – fa bù e diverge positivamente, pronunciato liberando l’energia accumulata con un salto liberatorio ed un dito indice proteso verso l’alto.

Ecco, col cinese non sarebbe stato possibile, e poi la Cina non fa ancora abbastanza due punto zero.

YM2C

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  1. MANTELLINI, Massimo – Luke, io sono tuo padre – manteblog
  2. alesiro
  3. La sentenza? provate voi, se vi riesce: Tar Lombardia sede di Milano

Il titolo? If It's Tuesday, This Must Be Belgium – Wikipedia, the free encyclopedia.

2 pensieri riguardo “If It’s Tuesday, This Must Be Belgium”

  1. La Signora Smith, ogni tanto porta a casa tesi di qualche studente e me ne segnala “brani scelti”. Nell’ultima c’era scritto – ripetuto tre volte in due pagine, ad escludere un “lapsus calami” – “ce” al posto di “c’è”. In italiano.

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