C’hai un’e-Mail? Troia.

Il fatto che molte prostitute abbiano dei siti web personali significa che queste donne possono e scelgono di commercializzare loro stesse. Questo cambiamento nella compravendita di sesso «fa apparire sempre più» l’offerta e l’acquisto di prestazioni sessuali come «un normale settore di servizi».

Per quelli che nel corso del tempo hanno portato l’Economist come fonte delle loro fasi REM sulla politica italiana, consiglio la lettura di questo articolo illuminante.
Illuminante sul fatto che, come al solito, quando su un giornale si leggono cose di cui si conosce anche vagamente qualcosa, si finisce con l’evitarlo per il resto della vita.

Nella citazione, si dice che non tutte le prostitute sono sfruttate (possibile, probabile), e che la prova deriva dal fatto che molte prostitute hanno dei siti web personali il che significa che queste donne possono e scelgono di commercializzare loro stesse.

Il nesso non c’è, state tranquilli, ma lo si potrebbe parafrasare come “non tutti i nigeriani sono scammers, lo dimostra il fatto che nelle e-Mail spesso usano indirizzi validi”. Oppure quanto scritto nel titolo di questo post.

Si tratta di un esempio perfetto di “ex falso sequitur quodlibet“, e purtroppo finisce col ridicolizzare l’argomento, che invece è serio e parzialmente condivisibile.

Da La prostituzione è una scelta personale? – Il Post.

3 thoughts on “C’hai un’e-Mail? Troia.”

  1. È vero che una mail e un sito web non dimostra nulla, ma ammetterai che se il sito è personale, cioè riguarda una sola persona, è difficile credere che la donna faccia parte di un giro. A quel punto al magnaccia converrebbe fare un sito con più offerte.

    Io invece mi chiedevo come fanno gli svedesi a condannare il cliente. La prostituta ha interesse a denunciarlo solo se è vittima di sfruttamento. In quel caso il problema più difficile non è il cliente, è lo sfruttatore. Altrimenti come si viene a sapere che c’è stata prostituzione? Si autodenuncia il cliente? C’è il poliziotto nelle camere dei motel?

    1. Parti dal presupposto che il sito sia un .it o un .eu registrato in Italia.

      Ma aprire un sito web nomecognome.com significa spendere 5 USD punto.
      Posso benissimo farlo io per te.
      Diventa sfruttamento se i soldi della prostituzione li prendo io e il lavoro lo fai tu.
      Ma non è questo il punto.

      Una cosa è dire: le prostitute hanno iniziato ad usare il web per lavorare. OK, immagino sia così, esattamente come dire che negli anni 70 hanno iniziato ad usare il telefono e nei ’90 il cellulare. Altro è dire SICCOME hanno un sito web, ALLORA non sono sfruttate.

      Ex falso sequitur quodlibet.
      Appunto.

      * * *

      La prostituzione.
      Sono contrario? No.
      Se è una scelta (e non la discuto nemmeno), no, nulla in contrario.
      Non lo capisco, non mi immagino di cosa proverei prima di rassegnarmici, ma ho letto articoli (ad esempio su Internazionale) di e su persone che l’hanno scelto come mestiere.
      Non lo capisco, ma l’hanno scelto e quindi (quindi, qui sì) non lo discuto.

      Solo mi piacerebbe che si eliminassero tutte le condizioni che inducono a farlo.
      Quelli che restano sono i motivi di una scelta.

      * * *

      Punire i clienti.

      Ecco, questo non lo capisco e non lo accetto, esattamente come l’equo compenso: presupporre un reato dietro una libera scelta non lo concepisco.
      Se una persona si prostituisce, lo fa per scelta e PAGA LE TASSE, come un qualunque lavoratore, punirne i CLIENTI, perché quello sono (anche se non li capisco nemmeno loro), non ha senso.

      Anche perché se il reato è prostituzione, allora non puoi punire i clienti; se il reato è sfruttamento (come da noi) allora non serve; se no, non c’è motivo per considerare contribuente chi si prostituisce per scelta e reo chi ne è cliente.

      Allora qui viene sempre fuori il discorso dei/delle minorenni.
      Ma quella non è prostituzione, è un reato diverso, e lì sì che sono coloro che ci vanno (che non sono “clienti” perché dall’altra parte non ci sono lavoratori) a commettere un reato, assieme ovviamente ai papponi.

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