Altre note biografiche

Sono nato e cresciuto nell’ufficio di mio padre, almeno per quella parte della giornata in cui non ero dalle suore tedesche. Un giorno mio padre divenne capoufficio e io transitivamente bersaglio di squittii e carezze; il tutto finì presto, perché una cogliona complimentosissima che diceva “Madonna com’eè cresciuùtoo” ogni volta che mi vedeva si è sentita rispondere “me l’hai detto anche un quarto d’ora fa e da allora sono solo andato al cesso”.

Io divenni quel mostro del figlio del capoufficio e vissi in beata tranquillità.

Nido dalle suore svizzere, asilo e elementari in scuola bilingue di suore tedesche; finii dalla Superiora per aver detto tra me e me, ma con volume udibile “e chissenefrega” quando Madre Ruth mi disse che il lavoro a uncinetto era un skifo. La superiora mi ripeteva “ma ti renti konto?! ti renti konto?!”.
Tornai a casa e lo raccontai a mio padre che si cavava il sangue per mandarmi a scuola lì. Il giorno dopo, in perfetto silenzio com’era uso quando era davvero incazzato al calor bianco, mi accompagnò a scuola, mi lasciò in classe poi si diresse con passo fiero verso l’ufficio della Superiora. Entrò senza bussare (mi dissero poi con sconcerto) e sciabolò il repertorio di bestemmie e bassezze da caserma che la lunga militanza politica e sindacale gli aveva dato, a volume da Caruso.
Ancora adesso se incontro qualcuno dei miei coevi che frequentarono la scuola allora mi dicono di quale scandalo fece papà e che la cosa fece il giro delle mamme che ci marchiarono come poveri (quello sempre) e lebbrosi.

Da allora fui molto fiero di mio padre. Però non mi accettarono dai preti.
Il che mi salvò la vita, credo, perché o finivo nella nera romana come quasi tutti lì dentro o avrei posato salutando romanamente e nella nera ci sarebbe finito papà, con trascorsi da pugile e buttafuori al Teatro dell’Opera.

Si disse che lo scandalo di cui sopra ed il rifiuto dell’iscrizione non fossero proprio scollegate.

Alle medie, scuola pubblica finalmente, imparai la quarta lingua, il romano, quella di cui vado fiero.

There’s a GAC For That

At Appbot we get to see a lot of app icons while providing insights into app reviews.

In the past I have studied everything from app descriptions, to screenshots, to names, to countries. The one that has always really interested me most was app icons, but I never came up with an idea on how to really study what is effective.

Recently I stumbled across a cool Ruby library called Miro that extracts the dominant colors from an image.

Finding the dominant colors of apps shows some really interesting results.

In questi giorni gira molto la notizia che Apple stia imponendo a coloro che vogliono vendere prodotti nel suo Retail Store, non solo il colore, ma anche angolazione delle immagini sulle confezioni. Adesso si scopre che i colori delle app sono quasi sempre gli stessi un po’ ovunque.
Ma va?!
È talmente tanto #GAC che l’applicazione per la lettura delle news che sostituirà Edicola finora ha ricevuto una sola critica: che colore del cazzo per l’icona.

Da The Colors Of An App Icon — It’s An App World — Medium.

Pithanés

pithanés

La minoranza di Syriza annuncia la scissione.

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