I ciaffi

I ciaffi sono tutte quelle cose che usiamo inutilmente.

Non sono da confondere con le cose inutili che non usiamo, tipo i soprammobili, che servono a rompersi quando spolveri, a farti bestemmiare di conseguenza o a tagliarti con i cocci quando li raccogli.

I ciaffi sono quelle cose si frappongono tra gli utensili e lo scopo per cui sono stati inventati.

Esempio

Vanno molto quelle teiere elettriche, che consentono di scaldare l’acqua in assenza di fiamma, e di portare in tavola direttamente la parte superiore, amovibile del manufatto la cui parte bassa non è scaldata direttamente, ma serve solo da collegamento.

La vittoria della praticità del XXI secolo sui ciaffi.

Invece ti trovi frequentemente ad una tavola in cui la teiera elettrica viene usata per scaldare l’acqua, e fin quì; poi arrivano i ciaffi.
L’acqua scaldata viene riversata un una bella teiera in coccio fuori e smalto dentro per evitare, quest’ultimo, che il calcare sia impossibile da rimuovere dalle porosità del manufatto.
Poi per portare a tavola la teiera in coccio, serve un sottoteiera refrattario ad evitare che si squagli la fòrmica del tavolo.

Tutto questo per avere dell’acqua calda a tavola.
Ne segue che la teiera del terzo millennio resta nascosta agli occhi dei più e deve cedere il passo ai ciaffi, scomodi ed inutili.

Non diciamo poi a cosa serve l’acqua calda.
Serve a fare degli infusi.

L’infuso consta di acqua calda (ce l’ho) e da una polvere, in genere contenuta in una bustina di carta (detta filtro), attaccata ad una cordicella in cotone (detta cordicella) all’estremità della quale c’è un quadratino di carta (detto quadratino di carta o manico) che serve a pucciare il tutto nell’acqua calda, senza ustionarsi le dita.

Vi sembra che in tutto questo i ciaffi non abbiano spazio?
Beh, le bustine vengono vendute in scatole di cartone variopinto, no?

Portare in tavola le scatole di cartone, col cellophane mezzo tolto, con su scritto cosa contengono?
Ma per piacere!
Le bustine vengono prontamente trasferite in una scatola in cedro, dalla chiusurina in latta che più scomoda e controintuitiva è meglio è, con i suoi bei vani quadrati all’interno, in modo che le bustine provenienti da varie scatole diverse formino un continuum cromatico appagante, e soprattutto che non sia più possibile capire cosa contengano.

In questo modo l’attività principale dell’assuntore di tisane non è cercarne una che assecondi i suoi gusti, ma trovarla.
Intanto l’acqua si raffredda. Niente paura, le tazze per tisana (non oserete pensare che una tazza, chessò, per cioccolato vada ugualmente bene) sono refrattarie, smaltate all’interno ed hanno il coperchio. In coccetto, refrattario anche lui.

OK, il ciaffo è la scatola in cedro invece che quella in carta e plastica?
Macché, l’amante del ciaffo non compra solo le tisane in bustina; troppo facile e che! No, lui compra le scatole in latta con le essenze sfuse, che devono essere trasferite in degli infusori in inox o in porcellana (ah, questi oltre ad essere inutili, sono pure fragili: che libidine…), uno per ogni tazza.

Se c’è già una fabbrica di tazze, perché deve esserci pure un fabbrica di tazze da tisana, di infusori da tisana in inox o ceramica se ci sono le bustine, di cucchiaini da tisana, se abbiamo casa piena di cucchiaini per tutto anche per il miele?

Mica metterete lo zucchero nella tisana?!
Quelli da miele sono quelli che si mettono perpendicolarmente sul bordo della tazza ed hanno il manico conformato in modo da reggersi orizzontalmente in equilibrio.

Armati di tutti questi oggetti, inutili nella migliore delle ipotesi se non dannosi alla mente ed all’ambiente, parliamo dei princìpi primi, di filosofemi, di cosmologia e di gnoseologia, di fame nel mondo e di natura.

Andate affanculo e devolvete l’importo annuo dei ciaffi e dei relativi portaciaffi a chi ne ha bisogno, invece che riempirvene casa ed ingrassare le chiappe a chi sfrutta i bambini per fare 100 cucchiaini l’ora a un dollaro e venti al mese.

E non rompetemi i coglioni con l’indovina cos’è quando offrite una tazza di tè.

R 20111206 1446

Moderno ma non troppo

Una volta c’erano i deflettori.

Poi vennero i finestrini, abbassabili.

La tristezza risiedeva nel fatto che con un uso medio della macchina, ci si fermava mediamente cinque volte al giorno, e tutte le sante volte venti secondi a tirare giù il vetro per l’areazione dell’abitacolo, e ventitré secondi a tirare su il vetro alle soste.

Erano quarantatré secondi a botta, per cinque uguale duecentoquindici secondi/die al alzare ed abbassare finestrini.

Significava seimilaquattrocentocinquenata secondi al mese (sono centosette minuti e mezzo giusti giusti) e su un anno sono settantasettemilaquattrocento ovvero ventuno ore e mezza, quasi una giornata.

Su una vita automobilistica media erano una paio di mesi delle nostra vita passati ad alzare ed abbassare dei finestrini.

Antichità, certamente.

Oggi fanno gli alzavetri elettrici, che con una pressione leggermente prolungata, abbassano ed alzano i vetri completamente, senza nemmeno dover tenere premuto.

E per l’uomo del terzo millennio che spegne e scorda i vetri aperti, degli antifurto che oltre a chiudere le centralizzate alzano automaticamente i vetri.

E passiamo mesi della nostra vita a controllare che ‘sti cazzo di vetri si chiudano, e non facciamo nemmeno più quel minimo d’esercizio fisico.

R201002101808