Pippi gambe lunghe

Kate Moss non ci piace più?

Cos’ha che non va per quel mondo che l’ha portata alle stelle, e poi la lascia nella polvere bianca?

Il modello e la modella che sembrano strafatti, mezzi fracichi, decerebrati, confusi, tanto che lei sembra più maschio di lui e viceversa quanto a femminilità, è un modello vincente quanto a marketing.

Se non sai di un cazzo, sei un fico come noi.

Salvo poi colpirne una per educarne cento: devi essere molto insipida, e non poco da fingerlo, ma abbastanza da esserlo. E che sia lampante che lo sei.
Ti devi strafare per sopportarlo e nascondertelo e per essere più reale, ma devi essere talmente reale da fare pensare ad una finzione.
Come l’animazione 3D che imita i cartoni animati e non gli oggetti reali.

Insomma devi strafarti prima di andare davanti all’obiettivo, non durante, tesòra.

Avanti un’altra…

R201002101734

Super sans aplombe

Il traffico nelle grandi città è a livelli intollerabili, e parimenti lo è l’inquinamento.

La soluzione è semplice, usare il mezzo pubblico.
Compri un biglietto con un SMS, aspetti il mezzo pubblico, sali, prenoti, arrivi scendi.
Che ci vuole?

Eppure non è così, la gente continua a riempire le nostre città d’arte di macchine, ci si stressa dentro, si agita, s’incazza e non arriva mai, non trova parcheggio; le piazza in seconda o terza fila, prende multe, bestemmia, se prende il vigile, pensa a quanto gli costa fare il pieno, e tutta quella benzina sprecata nel traffico, invece che sfrecciare sulle strade vuote delle pubblicità.

E poi tagliandi, assistenza, assicurazioni, incidenti, CID (che come RAI – Radio Televisione Italiana, dovrebbe essere RTI, no?! CID è Costatazione Amichevole d’Incidente, CAI, e se lo noti t’incazzi anche per questo), e risarcimenti che non arrivano.

E te la strusciano, te la graffiano, te la taggano a spray fucsia, lavami zozzo, e te la rubano. Col cazzo c’ho messo il satellitare, oddio il telefono sono quelli del satellitare, famme core, m’aàstanno a aàrubbà! Oddio er còre, mortacci era’n farzo allarme. Aho, moòmale!

Perché?

Ho deciso faccio un’intervista ad un campione rappresentativo: chiedo.
Capiremo.

Chiederò:
Con questi presupposti, ed altri che al momento ignoro, e tutte le conseguenze di questi presupposti, perché seguitare a prendere la macchina?

Eccone uno: io.

Mi chiedo: perché?!

Rispondo: perché la gente non si lava, mangia la bagnacauda, ha il dentifricio all’aglio, il deodorante alla molfetta, usa lo shampoo al concime, e tossisce, si scaccola e le appiccica sugli appositi sostegni, sputa (magari non vorrebbe, ma sai com’è l’insalata: s’infila), ti pesta i piedi e li tolga da qui sotto, gli squilla il cellulare e mentre parla gli squilla l’altro e non sente e urla e aspe’! mà?! ahò? mesènti?!
E zignori io vive in parcheggio, e musichette e trombette e zampogne, e attention au voleurs (beware to pickpockets).

E i finestrini? Sigillati, da tradotta militare, perché c’è l’aria condizionata; almeno nel progetto iniziale del mezzo c’era. E l’altro mezzo?

Hai presente, mi dico per tutta risposta, quando entri nella tua maledetta macchina?
Chiudi lo sportello, metti su un CD, e vai. Basta prendere tutto con calma.
Non sono io a dover rinunciare alla macchina, sono gli altri che devono rinunciare a convincermi che muoversi in una stalla è segno di civiltà.

Del resto con quello che comporta averla e tenerla ferma, permettete che se risano l’economia nazionale comprandola nuova ogni tre anni, e ritocco il PIL con l’indotto, poi la uso pure?

R201002101739

Ti spiego

Ricordo che, io bambino, la dannazione dei miei era la scuola.

Hai fatto i compiti, fai i compiti, studia se non vuoi rimanere bestia, la professoressa ha detto che sei un caso, se non hai finito i compiti non sederti a tavola.

Vista con gli occhi di oggi, la scuola doveva darmi quel minimo di cultura generica per potermi poi specializzare in quello che mi sarebbe piaciuto, quel poco di cultura civica per essere un cittadino e non un Unno; qualche cenno storico per capire chi fossero gli Unni e che il Paese così come lo concepiamo oggi, dandolo per scontato, è il frutto di lotte sanguinose e eroismo degli avi. Cenni scientifici per dire che non discendiamo direttamente dalla scimmia, ma entrambi dallo stesso natante cigliato.

Poi le medie e poi le superiori, dalle quali uscivi (diplomato o meno) comunque e finalmente un qualcosa di distinto dal mondo, per questioni meramente biologiche.
Diverso, per questioni meccaniche così ben raccontate da Crick e Watson, e per attitudine; già a partire dal fatto che gli altri raccontavano da tempo di scopate da film e tu al massimo di indirizzi di memoria e relativi puntatori.
Insomma tu eri tu, almeno in modo embrionale.

Se ti andava bene (ovvero se la risultante dei vettori Soldi-a-casa, Ormoni-e-relativi-pruriti e Sopportazione-dei-tuoi era nella direzione e nel verso dell’università) intraprendevi un cammino infinito, che quindi veniva spesso interrotto indipendentemente dal risultato.
C’era un giorno in cui ti vestivi da prima comunione ma eri più grande, da matrimonio ma eri ancora troppo piccolo, o da cameriere ma eri molto più goffo ed in cui discutevi su uno scritto che sanciva che non eri più un Signore qualunque, ma un Dottor nessuno.

Anni ed anni di studio, di accrescimento strumentale cerebrale, per poi trovare un lavoro “come si deve”, e per poterti collocare nel puzzle della vita in posto “come si deve”, per diventare “un buon partito”.
Tutto questo a cosa ti serve? Tutta questa cultura, tutti i tuoi interessi, tutta la tua bravura combinatoria o permutativa, a cosa ti serve nella vita?

Per parlare del più e del meno.

Sennò sei un cafone, scontroso, che-ti-ci-ho-portato-a-fare, mai-più-conté-giuro, guarda-ma-che-ffigura-ma-che-vergogna.
Parlare del più e del meno prende il 95% della vita sociale; e come potrebbe essere altrimenti?

A meno che tu non viva in ufficio, dove si presume tu sia circondato da gente che ha i tuoi stessi prerequisiti soddisfatti per essere lì, incontri gente che ha fatto percorsi diversi fino a quel momento.
Ne sa tanto quanto te di molto altro, ma l’insieme intersezione è pressoché nullo.

Ti hanno detto che si chiama ipocrisia fino al momento in cui non di metterla in pratica si chiama cafonaggine

Ne segue che delle due l’una:

  1. parlare di un cazzo come se fossimo noi per primi ad essere davvero interessati a quello che diciamo e tirare per le lunghe quel poco che di comune c’è tra te e l’interlocutore, oppure
  2. dare fondo a tutte le tue conoscenze da Settimana Enigmistica e proporre soluzioni scientificamente inverosimili a tutto.

La prima soluzione è quella dei conversatori instancabili, che non solo riescono a parlare ore senza mai dare la sensazione di avere davanti dei coglioni né di sentirsi loro stessi dei coglioni e far salire l’entropia dell’Universo senza aggiungervi null’altro che fiato e suoni. Riescono a fare dei calcoli matematici assolutamente incredibili, se non fossero sbagliati, e sono la versione moderna del fenomeno che gira per i paesi.

C’è un dato da tenere a mente sempre: se è vero che l’insieme intersezione tra le vostre conoscenze e quelle di un interlocutore qualunque (ed abbiamo detto conoscenze e non interessi, si badi bene) tende all’insieme vuoto, all’aumentare del numero di interlocutori il poco che c’è nell’insieme va a zero con una rapidità esponenziale.
Bene, il vero conversatore di prima specie è quello che riesce a parlare sempre gradevolmente di un cazzo indipendentemente dal numero di interlocutori.

Non può esimerti dal diventarlo di tanto in tanto. Puoi esimerti dal trovarti nelle situazioni in cui dovrai farlo.
Dopo le prime volte, non ti chiameranno più; devi solo tenere duro.

La seconda possibilità è quella di colui che ti spiega. Tutto.

– Posso prendere una sedia?

Ma certo, anzi te la prendo io perché, vedi, io conosco questa sedia.
Questa sedia in policarbonato da esterno, è colorata non a caso, perché il policarbonato sarebbe trasparente, ma polimerizza e diviene fragile ai raggi UV, che poi sono una componente maggioritaria dei raggi solari, la cui presenza in esterni non è mai prescindibile; dicevo, sono colorate appunto poiché quello che noi consideriamo un colorante per fini estetici, è in realtà un enzima aggiunto in virtù dei benefizi che porta.

Beh, sai cosa?
Le nostre sedie, vedi, sono state scelte verdi, non a caso.
Anzi: tutti, è ormai un dato acquisito, suppongono che i mobili da giardino debbano essere tassativamente bianchi. Non si sa chi l’abbia deciso, ma tant’è.
Come conseguenza, i mobili, anche quelli qualitativamente superiori, ma di un colore che non sia il bianco vengono frequentemente svenduti.

Consentimi una digressione; ma il fatto fondamentale è che noi oggi manchiamo, le nuove generazioni intendo, di una cultura della qualità.

E che! Quelli della nostra generazione non sanno distinguere una sediaccia in plastica da una robusta sedia termoformata capace di resistere anni alle intermperie?
Ma certo, che sì!

Ma i giovani vogliono certezze, altro che.
Vuoi che aspettino ad arredare il giardino di casa fino al momento in cui saprebbero farlo con cognizione di causa?
Macché (ha la faccia schifata, l’incarnato tende al viola), questi si sposano e devo entrare a casa che è già tutto fatto, tutto a posto.

Ora, a parte il fatto che una volta si pagava per contanti, e quindi se non avevi i soldi, aspettavi di averli per comprare una cosa…
E siccome aspettavi, poi pretendevi cose che ti durassero una vita. Ma oggi “finanzi”, “rateizzi”, use le carte “revolving”, c’hanno le carte “revolving”, ma che cazzo vorrà dire! E vuoi tutto subito.
È un tu impersonale, capirai…
Ed allora non hai il tempo per acquisire un minimo di sapere su quello che vai a comprare. Dovresti sapere tutto e tutto assieme.
Impossibile, diamine!

Perché sai, le cose oggi sono definite non già da una caratteristica dominante; metti… come negli anni ’70: o massello o truciolato.
Sono piuttosto marginalmente caratterizzate da un insieme di parametri, e bisogna sapere se e come questo set divenga significativo nel suo complesso, non solo quali siano i valori normali dei singoli indicatori.
Un po’ come le analisi.

Anzi proprio come le analisi, che oggi i medici non sanno più leggere. Per dire, no?!
Fanno come faresti te: leggono la colonnina dei valori normali e si limitano a dirti quello che sapevi già: che uno è un po’ altino, ed una un po’ bassina, almeno per un maschio adulto.
E la familiarità?
Eh, caro il mio dottore… quella non la trovi sul foglietto eh!
A casa mia abbiamo un tasso colesterolemico da cavallo da almeno tre generazioni (e dobbiamo supporre solo che prima non ci fossero riscontri analitici).
E lui ti dice, mi fa, che “abbiamo il colesterolo altino”…

Ma perpiacére! Ma altino cosa?! Mio nonno a novantanni ancora parlava tre lingue e faceva il filet (e s’incazzava se gli dicevi che sembrava un po’ femminile come occupazione) e mangiava come un bue!
Mavvìa…

Basta. Insomma, i giovani, dicono: Ah, vanno i coordinati da giardino bianchi?
Tutto bianco.
Begli stronzi, scusèz le francesisme!
Primo perché il bianco ingiallisce, e poco male è solo un fattore estetico.
Ma poi e soprattutto, perché l’additivo bianco è fatto per non durare.

Additivare in verde il policarbonato, non solo conferisce una elasticità duratura al termoformato, ma ne blocca in maniera quasi definitiva la reticolazione, e già da solo garantisce a questi arredi una longevità maggiore.
Inoltre si possono anche lavorare con a precisione millimetrica, motivo per cui s’impilano assai meglio, come vedi.

Ma bisogna saperli prendere, perché stanotte ha piovuto e la precisione degli incastri, in presenza di umidità è come un collante… non vorrei che ti slogassi un polso.

* * *

Io mi sono già slogato i coglioni da tempo, l’ho lasciato a parlare da solo e ho puntato un balconcino defilato, dove fumare in santa pace, senza nessuno che mi dica che il fumo fa male (quelli meglio) o che il tasso di nicotina del sigaro è cento volte minore del fumo di sigaretta.

E che lui non fuma, ma dovendo proprio fumare, fumerebbe sigari anche lui, altro che la sigaretta che è da isterico.
E che certo! Il sigaro macchia la bocca, ma poi come ogni cosa è una questione di misura…

I ciaffi

I ciaffi sono tutte quelle cose che usiamo inutilmente.

Non sono da confondere con le cose inutili che non usiamo, tipo i soprammobili, che servono a rompersi quando spolveri, a farti bestemmiare di conseguenza o a tagliarti con i cocci quando li raccogli.

I ciaffi sono quelle cose si frappongono tra gli utensili e lo scopo per cui sono stati inventati.

Esempio

Vanno molto quelle teiere elettriche, che consentono di scaldare l’acqua in assenza di fiamma, e di portare in tavola direttamente la parte superiore, amovibile del manufatto la cui parte bassa non è scaldata direttamente, ma serve solo da collegamento.

La vittoria della praticità del XXI secolo sui ciaffi.

Invece ti trovi frequentemente ad una tavola in cui la teiera elettrica viene usata per scaldare l’acqua, e fin quì; poi arrivano i ciaffi.
L’acqua scaldata viene riversata un una bella teiera in coccio fuori e smalto dentro per evitare, quest’ultimo, che il calcare sia impossibile da rimuovere dalle porosità del manufatto.
Poi per portare a tavola la teiera in coccio, serve un sottoteiera refrattario ad evitare che si squagli la fòrmica del tavolo.

Tutto questo per avere dell’acqua calda a tavola.
Ne segue che la teiera del terzo millennio resta nascosta agli occhi dei più e deve cedere il passo ai ciaffi, scomodi ed inutili.

Non diciamo poi a cosa serve l’acqua calda.
Serve a fare degli infusi.

L’infuso consta di acqua calda (ce l’ho) e da una polvere, in genere contenuta in una bustina di carta (detta filtro), attaccata ad una cordicella in cotone (detta cordicella) all’estremità della quale c’è un quadratino di carta (detto quadratino di carta o manico) che serve a pucciare il tutto nell’acqua calda, senza ustionarsi le dita.

Vi sembra che in tutto questo i ciaffi non abbiano spazio?
Beh, le bustine vengono vendute in scatole di cartone variopinto, no?

Portare in tavola le scatole di cartone, col cellophane mezzo tolto, con su scritto cosa contengono?
Ma per piacere!
Le bustine vengono prontamente trasferite in una scatola in cedro, dalla chiusurina in latta che più scomoda e controintuitiva è meglio è, con i suoi bei vani quadrati all’interno, in modo che le bustine provenienti da varie scatole diverse formino un continuum cromatico appagante, e soprattutto che non sia più possibile capire cosa contengano.

In questo modo l’attività principale dell’assuntore di tisane non è cercarne una che assecondi i suoi gusti, ma trovarla.
Intanto l’acqua si raffredda. Niente paura, le tazze per tisana (non oserete pensare che una tazza, chessò, per cioccolato vada ugualmente bene) sono refrattarie, smaltate all’interno ed hanno il coperchio. In coccetto, refrattario anche lui.

OK, il ciaffo è la scatola in cedro invece che quella in carta e plastica?
Macché, l’amante del ciaffo non compra solo le tisane in bustina; troppo facile e che! No, lui compra le scatole in latta con le essenze sfuse, che devono essere trasferite in degli infusori in inox o in porcellana (ah, questi oltre ad essere inutili, sono pure fragili: che libidine…), uno per ogni tazza.

Se c’è già una fabbrica di tazze, perché deve esserci pure un fabbrica di tazze da tisana, di infusori da tisana in inox o ceramica se ci sono le bustine, di cucchiaini da tisana, se abbiamo casa piena di cucchiaini per tutto anche per il miele?

Mica metterete lo zucchero nella tisana?!
Quelli da miele sono quelli che si mettono perpendicolarmente sul bordo della tazza ed hanno il manico conformato in modo da reggersi orizzontalmente in equilibrio.

Armati di tutti questi oggetti, inutili nella migliore delle ipotesi se non dannosi alla mente ed all’ambiente, parliamo dei princìpi primi, di filosofemi, di cosmologia e di gnoseologia, di fame nel mondo e di natura.

Andate affanculo e devolvete l’importo annuo dei ciaffi e dei relativi portaciaffi a chi ne ha bisogno, invece che riempirvene casa ed ingrassare le chiappe a chi sfrutta i bambini per fare 100 cucchiaini l’ora a un dollaro e venti al mese.

E non rompetemi i coglioni con l’indovina cos’è quando offrite una tazza di tè.

R 20111206 1446

Moderno ma non troppo

Una volta c’erano i deflettori.

Poi vennero i finestrini, abbassabili.

La tristezza risiedeva nel fatto che con un uso medio della macchina, ci si fermava mediamente cinque volte al giorno, e tutte le sante volte venti secondi a tirare giù il vetro per l’areazione dell’abitacolo, e ventitré secondi a tirare su il vetro alle soste.

Erano quarantatré secondi a botta, per cinque uguale duecentoquindici secondi/die al alzare ed abbassare finestrini.

Significava seimilaquattrocentocinquenata secondi al mese (sono centosette minuti e mezzo giusti giusti) e su un anno sono settantasettemilaquattrocento ovvero ventuno ore e mezza, quasi una giornata.

Su una vita automobilistica media erano una paio di mesi delle nostra vita passati ad alzare ed abbassare dei finestrini.

Antichità, certamente.

Oggi fanno gli alzavetri elettrici, che con una pressione leggermente prolungata, abbassano ed alzano i vetri completamente, senza nemmeno dover tenere premuto.

E per l’uomo del terzo millennio che spegne e scorda i vetri aperti, degli antifurto che oltre a chiudere le centralizzate alzano automaticamente i vetri.

E passiamo mesi della nostra vita a controllare che ‘sti cazzo di vetri si chiudano, e non facciamo nemmeno più quel minimo d’esercizio fisico.

R201002101808